sabato 5 dicembre 2009

Biodiversità a rischio..

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Visti i ritmi con cui il mondo sta velocemente consumando la sua preziosa biodiversità, è inutile far finta di credere ad una cura programmabile nel tempo. Qui serve un intervento immediato a fermare la scomparsa delle specie animali e vegetali, perché altrimenti entro pochi decenni si potrebbe arrivare ad un punto di non ritorno in termini di biodiversità, capace di condizionare la stessa sopravvivenza della razza umana. Quello che infatti molti si ostinano a non capire, è che il nostro destino è legato indissolubilmente a quello del pianeta. Se il danno arrecato alle colture ed i pascoli diventerà nel tempo irreversibile, le cose si metteranno molto male per la nostra discendenza. C'é bisogno di un intervento immediato, altrimenti le conseguenze potrebbero essere cosi disastrose che occorrerà un centinaio di anni prima di rimettere le cose a posto, dove sarà possibile. Ovviamente il danno principale lo riceveranno soprattutto i paesi più poveri, che dalla propria ricca biodiversità non possono trarre alcun frutto e sono sempre più indirizzati alle monocolture.

Nel corso dei vari vertici mondiali si è preso atto che "il tasso attuale di estinzione delle specie è da cento a mille volte più elevato del tasso di estinzione naturale" e che preservare la biodiversità è altrettanto importante che frenare l'inquinamento e il riscaldamento del globo e risolvere la crisi alimentare, in quanto fattori strettamente correlati. Eppure non sono stati posti limiti alle deforestazioni né si è incentivata l'espansione delle aree protette. Anzi, come se non bastasse alcuni Paesi come il Brasile e la Cina hanno auspicato una maggiore diffusione di alberi OGM, per ripopolare il polmone verde. La cosa non è affatto male, ma è un limite in termini di biodiversità. Oltretutto poi, viene posta come "cura" al normale sfruttamento delle foreste, cosa che di fatto non è.. Stesso discorso viene fatto per la"biopirateria" esercitata dai Paesi industrializzati sul piano delle risorse genetiche ed utilizzate nei farmaci. Al posto che porre un limite, si propende alla condivisione, auspicando che anche i Paesi in via di sviluppo possano condividerne i vantaggi.

Insomma, dobbiamo anche tenere in mente poi che la perdita della biodiversità costa molto cara: forse questo argomento potrebbe dimostrarsi risolutivo al fine di prendere serie misure per limitarla. Uno studio commissionato dalla UE e dal ministero per l'Ambiente tedesco ha stimato che la distruzione degli ecosistemi costa al pianeta da 1,3 a 3,1 miliardi di euro l'anno: la proiezione è che entro il 2050 il calo della crescita mondiale sia pari al 6% del prodotto sociale lordo. Nel frattempo scompariranno l'11% delle riserve naturali, il 40% delle terre coltivate in modo tradizionale, il 60 % delle barriere coralline e aree di foreste pluviali grandi come nazioni.

Lo scenario futuro è tutt'altro che roseo, riguarda tutta la popolazione del pianeta e non solo quel miliardo di persone che sulla biodiversità fonda la propria sussistenza. Tutti i vertici multilaterali servono a ben poco, come dimostra anche il recente convegno della FAO sulla crisi alimentare. Le organizzazioni ambientali, le ONG e i Paesi poveri denunciano la gravità dei rischi che corriamo, i governi dei Paesi ricchi si limitano a mere dichiarazioni di buoni intenti, l'ONU spesso e volentieri si piega agli interessi dei più forti mentre le multinazionali ingrassano e la fame avanza.

(Goondah e fonti varie)


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